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xxLucreziaxx
lunedì, 27 marzo 2006
Tenevo stretto a me, il corpo di quell'uomo, privo di vita, di cui non conoscevo neppure il nome, come se potesse regalarmi ancora un pò del suo calore o di conforto. La frusta tornò a colpirmi numerose volte, ma io rimasi impassibile. Non provavo più nulla. Il dolore fisico era come svanito, soppiantato da quello interiore, ben più grande. D'improvviso i colpi cessarono. Ricordo la disperazione, sottile ed affilata come una lama, insinuarsi dentro l'anima e trafiggerla, quando mi separarono da quel corpo che abbracciavo con tanta forza. Mi ritrovai sola. Immersa in una pozza di sangue. Con il rosso che si era impossessato di quella stanza e della mia mente. Non si trattava del rosso scarlatto che tanto amavo. Non era la passione che bruciava in me. Non il mio vestito preferito. E nemmeno le mie amate rose. Era il rosso dell'inferno. Delle fiamme. Che bruciava sulla mia pelle. E su quella di un cadavere. Che scorreva sul mattonato, ed era rappreso, in parte, sotto le mie unghie. Perle di sangue. Piccole gocce di vita andata. Cercai di separarmene. Presi a strisciare in terra, ma con orrore notai l'orribile scia che avevo lasciato. Ero un pennello che disegnava morte ovunque. Mi fermai, esausta, sul bordo delle scale, cercando di capire dove fossero gli altri. Mi aggrappai alla ringhiera, per alzarmi, ma le gambe cedettero dopo pochi istanti. Attesi il loro ritorno distesa. Al freddo. Rassegnata. Con la consapevolezza che, non ci sarebbe mai stata fine a quel supplizio. Sarei sprofondata all'infinito, senza aver nemmeno la possibilità di toccare il fondo. Perchè un fondo non esisteva. Ero stata gettata dal destino, dentro un pozzo stretto. Buio. Posto verticalmente, nelle viscere dell'inferno. Se provavo ad aggrapparmi alle pareti, le poche volte che mi veniva concesso il lusso di scorgere brevi spiragli di luce, finivo per perder le unghie. Strappate dalla carne viva. Una dopo l'altra. Senza pietà. Dovevo smetterla di trascinare altri innocenti nel mio cunicolo. Dimenticare di essere umana. Solo una spada nelle mani del diavolo. - Mi ripetevo. Questo sei...-Convincermi che quelle punizioni, in fondo, erano giuste. Meritate. Solo così, forse, sarei riuscita a sopravvivere. Ma non era cosa vera. E non riuscivo a farmene una ragione. xxxxxxxxx Persa nei miei pensieri, non mi accorsi del rientro dei miei due carnefici. Mi ritrovai le loro ombre, giganti, addosso, offuscarmi la vista. Nel momento in cui i miei occhi colsero le loro figure, non fui più in grado di guardar altro. Chiacchieravano tranquillamente. Come se nulla fosse accaduto. E di tanto in tanto mi gettavano occhiate crudeli. Si erano sbarazzati della guardia. Un groviglio di paure torbide mi si appallottò nello stomaco nell'immaginare l'uomo che fino a pochi istanti prima avevo tenuto fra le braccia, sotto terra. Sudavo freddo. Sarai soddisfatta, ora? - Mi disse Don Giuseppe sorridendo. Ho dovuto sacrificare un pover'uomo, per colpa tua. -
Quelle parole mi giunsero gelide e taglienti come una tormenta di neve. Ma non avevo nè la forza, nè la voglia di ribattere e restai in silenzio. Mi torturò ancora, sperando in una mia reazione, ma alla fine dovette arrendersi con un barlume di incertezza che fece capolino nei suoi occhi. Non m'importava dove mi avrebbero sbattuta, questa volta. Una comoda stanza da letto, dove poter riposare, era divenuto l'ultimo dei miei pensieri. Volevo solo sparissero dalla mia vista. E fui presto accontentata... Mi trascinarono di nuovo nei sotterranei. Mi spinsero dentro la "stanza maledetta". Mi gettarono addosso una coperta ed un misero tozzo di pane, poi serrarono la porta, lasciandomi lì nel buio pesto, per un tempo infinito. Cos'era in fondo quell'oscurità, rispetto a ciò che avevo passato? La solitudine, ora, mi era amica. Il silenzio mi cullava leccandomi le ferite...
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mercoledì, 22 marzo 2006
Mi sfilarono il cappuccio dalla testa. Una sensazione irrazionale di terrore, mi assalì. Le immagini mi ondeggiavano davanti. Sfocate. Immediatamente abbassai lo sguardo. Guardami. Guarda come hai ridotto il mio volto. - Tuonò Fabrizio con rabbia. Continuai a fissare il pavimento, facendo finta di non aver udito. Mi afferrò allora per i capelli e tirò. Tirò fin quando i nostri sguardi non s'incrociarono. Non volevo, ma i miei occhi si ritrovarono inevitabilmente a scrutare e percorrere con curiosità la sua faccia. Era irriconoscibile. L'avevo sfigurato davvero. La sua pelle increspata, percorsa da striscioline rosse, sembrava ricalcasse i lineamenti di un demone. Gli occhi infossati, rivelavano le sue ultime notti insonni. Rabbrividii. Ti faccio schifo, vero? - Mi disse. Non più delle altre volte. Ti ho donato semplicemente il volto che meriti. - Ribattei con un sorriso maligno. Tirò con più forza i miei capelli, solo per il gusto di farmi male. Dovetti morsicarmi le labbra per non cedere all'impulso di gridare. Non volevo dargli anche questa soddisfazione. Fu in quel momento che mi accorsi della presenza di Don Giuseppe. Se ne stava dietro, un poco distante, nascosto nell'ombra a giocherellar con una frusta. La fece vibrar in aria, prima di raggiungermi. Poi colpì le mie mani. Poggiate al pavimento. Disegnandovi una linea viola. Secca. Le ritrassi di scatto. Sorpresa. Solo qualche istante dopo avvertii il dolore. Il secondo colpo mi raggiunse alle gambe. Appena sotto al ginocchio. E sembrò spezzarle, tanto era stato forte. Scivolai a sedere sul pavimento.Terrorizzata. Ed iniziai ad indietreggiare, fino a raggiungere l'angolo di muro più vicino. Vi aderii con la schiena, cercando di proteggere più centimetri di pelle possibile. Il terzo, tremendo, tagliò i seni. Poi persi il conto. Sempre più veloci. Sempre più violenti. I colpi s'infrangevano dappertutto, sulla mia pelle, ormai in fiamme. Lo schiocco della frusta si sovrapponeva alle mie grida. E viceversa, creando una macabra danza di suoni. Nascosi il volto tra le ginocchia, stringendole al petto con le braccia. E rimasi così rannicchiata, fin quando il parroco non mi strappò i vestiti di dosso. Disse che doveva mostrare agli altri il sangue di una peccatrice. Poi riprese il suo lavoro. Ora la frusta picchiava direttamente la carne. Viva. Aperta. E scoperta. Il dolore era insopportabile. In poco tempo il mio corpo diventò un'enorme ragnatela bruciante, di fili rossi e viola. I fiori del peccato. Così chiamò quei segni, il mio carnefice. Alzai gli occhi, disperata, sperando in un aiuto. Una delle due guardie aveva lo sguardo perso nel vuoto. Si era completamente estraniato. L'altro invece chiudeva gli occhi e serrava i pugni, ad ogni colpo che mi veniva inferto, quasi come fosse lui, a subir quella punizione. Di tanto in tanto mi lanciava brevi occhiate sofferte. D'improvviso gridò al prete, in tono minaccioso, di lasciarmi in pace. Poi si avvicinò a me e inginocchiandosi mi prese delicatamente le mani fra le sue. Le baciò con dolcezza e mi disse di star tranquilla. Presi a tremare più di prima. C'era qualcosa che stonava in quella situazione. Prima tanto dolore. Poi quell'attimo. Un altro spiraglio di luce. Un altro briciolo d'affetto. Non mi spettava. Non era previsto. Finiva sempre male, quando qualcuno provava a prendersi cura di me. Nessuno poteva amarmi. Nessuno avrebbe dovuto aiutarmi. Nessuno... Capii che la mia intuizione era giusta, solo troppo tardi, quando dal petto dell'uomo, che cercava di consolarmi, vidi sbucare una lama. Lo avevano trafitto con una spada. Gli istanti che trascorsero prima della sua morte furono terribili. Ed infiniti. S'accasciò lentamente verso me. Appoggiai la sua testa al petto e l'accarezzai. Scusatemi principessa, non sono riuscito a difendervi come meritavate. Scusatemi. Li ho sottovalutati. E' tutta colpa mia...-Mi sussurrò, col poco fiato che gli restava, e con un debole sorriso. Cercai di nascondere le lacrime. Non dite così. Non è colpa vostra. Non mi lasciate, però.... Vi prego. Non mi lasciate, non mi lasciate sola....-
Credo che non sentì nemmeno le mie parole. Madido di sudore, s'abbandonò al mio abbraccio. Lo strinsi più forte a me. Lo scossi. Lo chiamai. Poi scoppiai a piangere. Ad urlare. Ricordo il sapore delle lacrime. Amaro. L'odore di morte, di cui quella stanza era pregna. Del sangue caldo che mi bagnava. Il mio. Il suo. Non riuscivo più a distinguere. E la frusta che tornò a colpirmi, come se nulla fosse successo. Ma non sentii dolore. Non più. Avevo perso ogni contatto con la realtà.... 
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sabato, 18 marzo 2006
Mi trascinarono in strada come la peggiore delle bestie. Scoppiai a piangere. Ad urlare. Nuovamente. Ormai ero in grado di far solo quello. Non avevo più parole da spendere, né richieste da fare. Quell'addio mi aveva definitivamente spezzato il cuore. Attirata dalle mie grida, una folla di curiosi si radunò presto tutt'attorno. Dapprima mi ferirono coi loro sguardi. Sfacciati. Invadenti, da penetrar la carne come lame. Poi presero ad insultarmi. Dandomi dell'eretica. Della strega. Ed infine, non ancora contenti, iniziarono a tirarmi sassi. Come avvoltoi, sembravano attratti dalla vista del sangue. Più ne scendeva. Più si accanivano. Le guardie furono costrette ad incappucciarmi, per impedire che qualcuno potesse riconoscermi. Il mio nome doveva rimaner segreto, per proteggere la reputazione di mio marito. Ora ero semplicemente un mostro, senza volto, da punire con crudeltà. Per cosa, nessuno lo sapeva, ma non aveva importanza. Il piacere che ne traevano era abbastanza grande da far passare in seconda posizione persino la ragione. Camminavo a fatica, come un cane trascinato a guinzaglio che non nè vuol sapere di spostarsi e seguire il padrone. Ero terrorizzata. Non potevo vedere dove mettevo i piedi. Non sapevo dove avrei ricevuto il colpo successivo, e non potevo coprirmi perchè avevo le mani immobilizzate. Il tutto si dislocava attorno a me in modo deformato. Il dolore era lancinante, ma ben peggiore l'umiliazione. Ero un verme che strisciava sotto gli occhi di tutti. Implorai le guardie di uccidermi. Solo queste le parole che mi vennero alla bocca: Ammazzatemi. Vi prego. Ammazzatemi...- Uno dei due uomini che mi teneva, allentò un poco la presa, forse intenerito dalla mia disperazione. Ed ora, più che stringermi, mi sorreggeva con dolcezza. L'altro invece, innervosito, mi diede uno strattone e mi ordinò di tacere. Camminammo ancora a lungo prima di uscire dal paese, e quel viaggio mi sembrò interminabile. Intuii d'esser fuori, solo quando il baccano cessò d'accompagnare i nostri passi. Fuori da un incubo, solo per rientrare in uno peggiore e probabilmente senza uscita. Le lacrime rigavano le mie guance silenziosamente. Avevo paura. Avevo ancora tanto bisogno di amare qualcuno. Riempii il buio del cappuccio con immagini dolcissime: Betty era mia figlia. Mia e di Luigi. Ce ne stavamo tutti e tre, stesi, su di un bellissimo prato fiorito. A Giocare. Ridere. E rincorrer farfalle.Scaleee. - Con questo avvertimento, fui riportata alla realtà. Mi scrollai bruscamente quei sogni dalla testa. Stavo per rientrare "all'inferno". Quel luogo maledetto, che solo il giorno prima avevo abbandonato, carica di speranze. Mi fermai. Rifiutandomi di salire. Mi trascinarono a forza. La porta si aprì pesantemente, provocando un cigolio sinistro che mi fece rabbrividire. Mi permisero di fare due passi, poi mi bloccarono per le spalle. Speravo mi togliessero il cappuccio di dosso. Invece nulla. Silenzio assoluto, interrotto soltanto dal battito crescente del mio cuore. Tutti immobili come statue di marmo. Tremavo. Fremiti d'inquietudine scuotevano il mio corpo. Avanti a me, molto vicino, doveva esserci Fabrizio ad attendermi. Ne percepivo la presenza. Respiravo la sua rabbia. Ma voleva divertirsi a spaventarmi ancora un poco, prima di rivelarsi. Trascorsero altri istanti che parvero infiniti. Poi le due guardie mi spinsero in terra, facendomi cadere in ginocchio. Un altro ordine di mio marito doveva esser stato. Un ordine invisibile ai miei occhi, ma ben impresso nella mente fra i ricordi, che mi fece sussultare. Amava umiliarmi a quel modo. Il fatto ch'io non potessi vederlo, poi, lo eccitava ancor di più. Il gelo del pavimento mi arrivò dritto al cervello incuneandosi fra i pensieri ed uccidendo tutti quelli che sapevan di libertà... 
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martedì, 14 marzo 2006
Non riuscii ad addormentarmi, ma aspettai che lo fece la piccola, per parlare un poco con i genitori. Le lacrime furono presto sostituite da fiumi di parole. Non volevo raccontargli tutto. Avevo paura di non esser creduta. Invece tra un abbraccio e un sorso d'acqua mi ritrovai a tirar fuori ogni cosa. Ogni dolore. Ogni ricordo. Persino il più osceno. Avevo un bisogno assurdo di sfogarmi e non avrei potuto trovare persone migliori con cui farlo. Non mi diedero della pazza, bensì dolci carezze e rassicurazioni. Solo allora riuscii a prender sonno. Finalmente libera. Serena. E amata. Era poco tempo che li conoscevo per poter parlar d'affetto, eppure quel giorno mi resi conto di quant'era bello e semplice voler bene a qualcuno. xxxxxxxxxxxxx L'indomani mi svegliai all'alba, quando il sole non era ancora sorto. Gli spifferi d'aria entravano praticamente dappertutto. Tirai la coperta fin sopra al naso, ma era troppo corta. Mi accorsi che così facendo rimanevano fuori i piedi. Provai a girarmi. Rannicchiarmi. Ma era inutile. Il freddo non accennava a diminuire. Ad un certo punto un rumore esterno richiamò la mia attenzione. Dei passi. Delle voci. Lo sbatter di pugni sulle porte vicine. Non impiegai molto tempo ad intuire ciò che stava accadendo. Le guardie di Fabrizio dovevano essere già sulle mie tracce. Sapevo che sarebbe successo, ma non credevo così presto. Dovevo assolutamente nascondermi. Si svegliarono anche gli altri. Antonio si precipitò alla finestra per vedere cosa stava accadendo. Proprio come temevo. Si avvicinò a me e mi disse di star tranquilla. Che sarebbe andato tutto bene e che non mi avrebbero mai trovata. Mi mostrò una piccola botola, sotto al giaciglio notturno. L'aprì. M'accucciai lì. Richiuse. E fu il buio totale. Pochi istanti dopo sentii bussare alla nostra porta con irruenza. Dovevano essere in molti, a giudicare dal baccano che facevano. Un attimo, arrivo subito. - Gridò Antonio andando ad aprire e cercando di mascherare l'agitazione come meglio poteva. Il pavimento prese a scricchiolare pericolosamente sopra la mia testa. Ero terrorizzata. Temevo potessero udire il mio respiro affannoso. Ci hanno riferito di aver visto una nobildonna piuttosto malconcia girar da queste parti. E' molto pericolosa. Dovete assolutamente dirci se è passata di quì. - Noi non abbiamo visto nessuna donna. - Risposero all'unisono. Ci avrei scommesso. - Ribattè uno di loro, in tono sarcastico. Calò il silenzio come un pesante macigno. E di nuovo i passi. Poi sentii una botta. L'infrangersi di cocci. E ancora un rumore. Gli stavano devastando casa, ma ciò che folgorò la mia mente fu il pianto della piccola. Singhiozzava furiosamente. Lasciatela stare, vi prego. - Gridò subito la madre disperata. Stava succedendo qualcosa di tremendo. Sentii il cuore scoppiare all'idea che potessero far del male al mio angelo. Era il mio angelo, si. E giurai a me stessa di proteggerla a qualunque costo. Senza pensarci due volte scostai la tavola che mi nascondeva e uscii allo scoperto. Ecco quì il pericoloso mostro che stavate cercando. - Gli dissi. Betty era nelle braccia di una delle guardie che la scrollava con forza. Quando mi vide la spinse in malo modo verso la madre. Cercai di andarle incontro. Allungai la mano verso di lei. Per un attimo le nostre dita si sfiorarono. Mi sorrise. Ero sul punto di toccarla, quando mi sentii afferrare per la vita con violenza. La mia mano ricadde lungo il fianco. Mi strapporono a quell'addio con una crudeltà inaudita. Vidi gli occhi della bimba riempirsi nuovamente di lacrime. Non ti faranno del maIe, vero? - Chiese con la sua dolcissima ingenuità. No, certo che no, son venuti soltanto per riportarmi a casa, non devi preoccuparti. - Risposi a stento, mentre mi trascinavano fuori. Prometti che tornerai a trovarmi? - Appena pos... - Le parole mi morirono in bocca. I genitori mi guardarono sbigottiti. Si richiuse la porta. E con essa quello splendido squarcio di felicità... 
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venerdì, 10 marzo 2006
Girai per diverse ore. Corpo ed abiti erano divenuti macigni sotto quella pioggia che non accennava a diminuire. Ogni passo era un percorso infinito nella morsa del gelo. Avevo freddo. Freddo da morire. Di tanto in tanto portavo le mani alla bocca, cercando di riscaldarle col fiato, ma era tutto inutile. In verità, quel poco calore mi induceva soltanto a desiderarne altro. Ma non aveva importanza. Ora ero libera. E la mia mente sgombra da cattivi pensieri. Crollai ai piedi di una quercia. Esausta. Appoggiai la testa alle sue radici. Portai le ginocchia al petto e così raggomitolata mi addormentai. Qualche ora dopo, mi svegliai di soprassalto, scossa da qualcuno. Con gli occhi ancora appannati, intravidi la figura di un uomo. Doveva esser il contadino, proprietario, di quel campo. Sobbalzai. Mi fece cenno di star tranquilla. Cosa ci fa una bella dama come voi, in un luogo simile,immersa nel fango fino ai capelli? - Mi domandò con aria perplessa. Non riuscii a rispondere, balbettai soltanto parole incomprensibili. Senza chiedermi altro allora, passò un braccio sotto la mia schiena, e mi aiutò a sollevarmi. Le sue mani erano grandi, ruvide, abbruttite dal sole, ma i suoi modi di fare estremamente dolci. Con quella delicatezza mi mise subito a mio agio. Avete un posto dove andare per la notte? - Mi domandò. Scossi la testa, abbassando lo sguardo per la vergogna. La mia dimora è piuttosto umile. Un pasto caldo e un tetto dove potervi riparare è tutto ciò che ho da offrirvi.-Ringraziai sorridendo. E' molto più di quanto non potessi desiderare. -Non dista molto da quì, ve la sentite di camminare? -Si, certamente. - Detto questo ci avviammo lungo il sentiero che conduceva al paese. Camminavamo piano. Lui cercava di tenere il mio passo. Arrivammo senza nemmeno rendercene conto, tra una chiacchiera e l'altra, non avevo avvertito la fatica. La casa era molto piccola. Una sola stanza che faceva da cucina, camera e sala. La mobilia praticamente inesistente. Il freddo più intenso che fuori. I muri impregnati di muffa. Eppure assurdamente accogliente e comunque dignitosa. Strano lo so, ma è così che la ricordo. La moglie era visibilmente imbarazzata quando mi strinse la mano. I suoi occhi schizzarono dal pavimento al marito, senza incontrare i miei. Al fianco, aggrappata alla gonna, aveva una bimbetta dagli splendidi capelli dorati, che si nascondeva e sbucava, di tanto in tanto. Attorcigliava le dita attorno la stoffa e col suo sguardo vispo mi scrutava incuriosita. Le accarezzai i boccoli, allora uscendo allo scoperto mi chiese come mai ero tutta bagnata e sporca. Bettaa...! - La riprese la madre in tono severo. Le dissi che ero scappata di fretta, e che non mi ero accorta della pioggia. Soddisfatta e quasi divertita dalla mia risposta prese uno straccetto e mi propose di asciugarmi con quello, passandomelo fra i capelli. Era un vero angelo. Avrei voluto che quella bimba fosse mia, avrei voluto strapparla da tanta povertà. Proteggerla. Riempirla di regali. Di begli abiti. Di coccole. Ma in fondo non le mancava nulla. Aveva una famiglia vera. E tutto l'amore del mondo. Mi vergognai di quel pensiero. L'unica disperata, egoista, bisognosa d'affetto, ero io. Non lei. Io, che non ero mai cresciuta. Io che per una carezza avrei venduto anche l'anima. Chi avrei mai potuto proteggere, se non ero stata in grado di difendere neanche me stessa? Sentii gli occhi riempirsi di lacrime e la mente di assurdità. Scivolai sul pavimento, piangendo e scusandomi, ripetendo frasi sensa senso. La piccola si allontanò un poco, forse spaventata. I genitori, invece, si strinsero attorno a me facendo indietreggiare ancora la figlia e chiedendomi se mi sentivo bene. Continuai a piangere, come se niente fosse. L'uomo poggiò una mano sulla mia fronte e disse che scottavo terribilmente. La febbre fu la spiegazione che attribuirono al mio delirio. Mi avvolsero in una coperta e mi dissero di riposare, che al mio risveglio non sarebbe stato più niente.... 
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martedì, 07 marzo 2006
Il dolore era insopportabile, avevo la pelle in fiamme, non avrei resistito a lungo a quella tortura. Fabrizio invece, aveva tutta l'aria, d'esser soltanto all'inizio di quel suo nuovo, terribile, gioco. Non soddisfatto delle poche lacrime che era riuscito a farmi versare, afferrò nuovamente il mestolo e riempiendolo di minestra fino all'orlo, lo portò, per la seconda volta, alla mia bocca. Mi sentii morire. Scolò un poco sul collo, scottandomi. Il terrore aveva di gran lunga superato la sofferenza. Mi avrebbe bruciata. Dappertutto. Stavo impazzendo all'idea. Pochi istanti ancora e si sarebbe ripetuta la scena di prima. Dovevo agire. E in fretta. Per mia fortuna aveva i riflessi un poco annebbiati dall'alcol. Mi avvinghiai con forza al suo braccio senza pensarci due volte e non mollai fin quando non vidi cadere in terra l'ultima goccia fumante. Quel gesto gli fece ritrovare la lucidità. O meglio, la sua lucida follia. Afferrò nuovamente il mestolo e prese a colpirmi in testa. Prima alle tempie. Poi ovunque gli capitasse. Con forza crescente. Me l'avrebbe spaccata di lì a poco. Mi avrebbe ammazzata. Tuc tuc tuc il rumore rimbombava. Mi stordiva. Mi faceva impazzire. Inutile urlare. Inutile piangere. Inutile pregare. Lui era su un altro mondo e si sarebbe risvegliato, solo alla vista del cuscino completamente rosso. Impregnato del mio sangue scarlatto. Probabilmente si ecciterà pure alla vista del tuo cervello. - Mi dissi. Rovisterà dentro al tuo cranio, scavando, così come ha già fatto con ogni altra parte di te. -Quest'ultimo pensiero mi diede la nausea. Stavo per perdere i sensi. Ma sarebbe stata la fine ed io non volevo morire così. Non quel giorno. Ero stata felice pochi istanti prima, mi era bastato così poco! Ed ora? Non volevo. Non dovevo. Non permetterglielo Lucrezia. Non permetterglielo... Sei una donna forte. Hai assaporato già la vendetta. Sai che in fondo non è così male. Ed è la tua unica via d'uscita... -
Ripetendo queste parole, convincendomi che era la cosa più giusta da fare, girai il busto sul fianco e di scatto afferrai il pentolone. Incurante del fatto che per buona parte sarebbe ricaduta addosso a me, gli tirai la minestra bollente, assicurandomi di colpirlo al volto. Portò le mani agli occhi, gridando, come una belva ferita a morte. L'avevo centrato. Forse ciecato. Di sicuro sfregiato. Si buttò in terra, fumante, battendo i pugni sul pavimento. La scena assorbì buona parte del mio dolore. Non mi ero resa conto di come ero ridotta, troppo presa ad osservar il mio aguzzino torcersi, fin quando non sollevai un poco il capo per guardarmi. Avrei avuto anch'io i miei segni. Per sempre. Ma avevo ancora forza per alzarmi. E fuggire... Questa era l'unica, e forse la mia ultima occasione di salvezza. Fu così che pochi istanti dopo mi ritrovai a vagare per i campi, senza una meta. Senza sapere a chi rivolgermi, per paura di rovinar la vita a chi mi avesse aiutata. xxxxxxxxx La neve aveva lasciato il posto alla pioggia marzolina che scendeva copiosa. Ogni goccia era come un ago che mi si conficcava sottopelle, nonostante l'abito. Ma la terra profumava di buono, ed il cielo aveva il colore della libertà. Sensazioni migliori non avrei potuto immaginare... 
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sabato, 04 marzo 2006
Le parole del parroco mi risuonavano in testa come un martello, picchiando a morte quel poco che rimaneva della mia anima. Quell'uomo mi spaventava. Molto più di mio marito. Tirai un sospiro di sollievo quando lo vidi sparire dietro la porta. Se ne andò, salutandomi con un sorriso diabolico, che mi fece trasalire. Con lui, scomparve pure, quell'alone di mistero che aveva saturato la stanza. Fabrizio, invece, rimase al mio fianco. Titubante. Immobile. E senza dire una parola. Mi parve di cogliere, nello scintillio dei suoi occhi, un poco di sofferenza. Forse un leggero accenno di pentimento. Approfittai di quel suo momento di debolezza per cercare di capire... Gli afferrai la mano e la strinsi forte nella mia. Sussultò. Dal polso avvertii i battiti del suo cuore accellerare. Con un dito mi asciugò il sangue rappreso sulle labbra e se lo strofinò addosso. Poi mi baciò la fronte, con una dolcezza tale, di cui mai l'avrei creduto capace. Lo osservai stupita. Con le lacrime agli occhi e il corpo tremante. Si ritrasse bruscamente, quasi spaventato. Si era lasciato andare. E questo non faceva parte del suo piano. Uscì di fretta dalla stanza, sbattendo la porta e serrandola a chiave. Ero finalmente sola, immersa in tanta splendida tranquillità. Ignara delle sue intenzioni, ma comunque libera. Niente catene. Niente mani addosso. Niente lividi che comparivano come fiori. Libera in pochi metri quadrati. Libera, pur senza sapere, cosa mi sarebbe successo soltanto un paio d'ore dopo. Non avevo mai provato una così bella sensazione prima d'ora. Sapevo sarebbe durato poco. Ma non m'importava. Ero felice. Mi riassettai i capelli davanti lo specchio ed indossai il mio vestito preferito. Quello rosso. Che aveva ancora il profumo di Luigi addosso. Mi riscoprii a pensarlo e desiderarlo, senza nemmeno rendermene conto. Lo immaginavo arrivare d'improvviso. Sbucare quasi dal nulla, per venirmi a salvare. Per strapparmi dalle braccia violente in cui ero caduta. xxxxxxxxx Qualcuno arrivò davvero. Due giri di chiave e la porta si aprì. Non era Luigi, bensì Fabrizio. Era tornato. Ma non aveva più lo sguardo di prima. C'era qualcosa di terribilmente inquietante nei suoi occhi, ora. Si avvicinò a me. Barcollando. Col fiato che gli puzzava d'alcol. Doveva aver bevuto. E non poco, a giudicare da come si muoveva. Quale modo migliore per mettere a tacere la propria coscienza?Era fuori controllo. In balia dei suoi istinti. Fra le mani stringeva il pentolone, fumante, della cena. Doveva trattarsi di minestra. Lo appoggiò sul comò. Mi afferrò per i capelli e mi fece roteare diverse volte prima di spingermi sul letto. Mi ordinò di spogliarmi, poi. Non me lo feci ripetere due volte, non volevo rovinasse quell'abito che tanto amavo. Sfilai tutto alla svelta e lo gettai sulla sedia. Volevi fregarmi vero, puttanella? Volevi intenerirmi... ma forse, non hai ancora ben chiaro, di cosa sono capace io. E' giunta l'ora di darti una lezione come si deve. Così che tu possa capire e ricordare nel tempo... -
Così dicendo, andò a sedersi sulla mia pancia, stringendomi le ginocchia attorno ai fianchi. Hai fame? - Mi chiese. Sono molte ore che non mangi. -Senza aspettare la mia risposta, avvicinò a sè il pentolone, e ne estrasse un mestolo bello pieno. Lo portò alla mia bocca e mi gridò di ingoiare. Era bollente. Non riuscivo a sfiorarlo nemmeno con le labbra. Provai ad allontanarlo un poco. Me lo rovesciò tutto addosso. Con rabbia. Assicurandosi che andasse a scolare sui seni. Bruciava da morire. Gridai con tutto il fiato che avevo in corpo. Cercai di dimenarmi, ma lui rimase impassibile. Sopra di me, a godersi lo spettacolo.... 
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mercoledì, 01 marzo 2006
Stavo precipitando in un'altra dimensione. O almeno questo era ciò che mi pareva. I colori sfocavano lentamente, uniformandosi in una fastidiosa foschia, che m'impediva di visualizzare l'intorno. Voci e rumori correrevano via da me. Lontano. Presto mi ritrovai sola. Nel buio totale dei sensi. Incapace di udire persino la mia stessa voce. La stanchezza fortunatamente prese il sopravvento. Scivolai nel sonno senza nemmeno rendermene conto. xxxxxxx Al risveglio la testa mi duoleva, come fosse stata trafitta da mille aghi. Mani e piedi erano intorpiditi. A fatica ricordavo l'accaduto. Ero tremendamente confusa, la nebbia ora, si era infiltrata nei miei pensieri, rendendoli appiccicosi. Incomprensibili. Accanto a me scorsi Fabrizio e Don Giuseppe discutere sottovoce. Eccola. Si è svegliata, finalmente. - Dissero all'unisono avvicinandosi a me. Allora, mia cara Lucrezia, cosa vi sta accadendo? Mi han parlato delle frequenti perdite di controllo che avete avuto. Del vostro ferirvi senza ragione. Delle vostre grida notturne. Ma soprattutto del vostro costante ed ostinato rifiuto d'aiuto da parte di chi vi ama, che si trasforma in altra, ingiustificata, violenza. Cos'è che vi spinge a comportarvi così? - Io non ho fatto nulla. Sto solo cercando di difendermi da mio marito. Un mostro che mi tormenta e vuole incastrarmi. - Risposi bruscamente. E così oltre ad esser bugiarda e maleducata, avete pure l'insolenza di accusare ingiustamente il vostro uomo?! - Proseguì alzando la voce. Io stò solo dicendo la verità, così come vuole la vostra religione. Sono sincera Padre, ve lo giuro. -
Mi diede uno schiaffo. Forte al punto da farmi sanguinare le labbra. Un giuramente sulla vostra sporca bocca, impudico scrigno di malizia e lussuria, mi da la nausea. Non avete il diritto di pronunciare quella parola, voi che non credete nemmeno in Dio! - Se davvero esistesse, ed è così buono, come dite, non avrebbe permesso che mi accadesse tutto questo. L'ho pregato. Implorato. Gli ho chiesto aiuto tante volte. Non mi ha mai ascoltata anzi si è divertito a strapparmi via quelle poche persone che mi avevano davvero amata. Cosa dovrei pensare? - Dissi balbettando e tremando. Ma come vi permettete a parlare in questo modo? Come osate... - Mi urlò, fulminandomi con aria sprezzante e disgustata. Devo ammettere che non ho mai avuto una buona idea sul vostro conto. Sin da piccolina, quando vi tenevate alla larga dalla mia Chiesa. E vostro padre, poveretto, ogni domenica si ritrovava costretto ad inventare una scusa per giustificare la vostra assenza. Ma non vi credevo malvagia fino a questo punto. Mi fate schifo. Ora invece, come una maledizione, siete piombata nella vita di questo brav'uomo. Per rovinargliela. -
Piantò gli occhi suoi miei capelli e aggiunse: Poi c'è la vostra chioma. Rossa. Ribelle. E la dice lunga sulla vostra indole da peccatrice. E' un marchio che vi portate dietro dalla nascita. Un marchio indelebile, che non potete nascondere con le vostre oscene bugie. Non è un caso se vostra madre è morta dandovi alla luce... -
Scoppiai a piangere disperatamente. Potevo sopportare tutto, ma non questo. Incurante delle mie lacrime, rivolgendosi a Fabrizio, disse: la situazione è ben peggiore di quel che immaginavo. Questa donna è una strega. Un'eretica. Dentro di lei vive un demone. E come ben sapete il rogo è quel che le spetta... Ma voi siete un caro amico e non voglio darvi pure il peso di un tale scandalo. Farò in modo che questa storia non salti fuori. Voi però, dovete promettermi che, per nessuna ragione al mondo, la farete uscire da questa casa. Ricordate che è molto pericolosa. Non fatemi pentire di questa decisione. -
Si avvicinò di nuovo a me. Mi privò dei vestiti. Strappandoli. Ed indicando i segni che avevo sulla pelle, disse: questi vanno cancellati con altri segni. Ancora più profondi. Inferti però da una mano buona. Come la vostra, Fabrizio. Fustigatela senza pietà. Senza ascoltare le sue grida e i suoi lamenti. Sarà dura, all'inizio per il vostro cuore, lo so, ma la tortura è l'unico mezzo che abbiamo per allontanare il male da questo corpo e da noi tutti. Io di tanto in tanto, passerò a farvi visita e controllerò il suo stato. Cercherò di capire meglio come poterla aiutare.... -

postato da xxLucreziaxxx alle 01:50
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Fantasie scarlatte
Anno 1618 d.c.
Una donna. La sua penna. Il suo diario rosso. Le sue inconfessabili fantasie, incatenate alle mura di un castello, dove impalpabile diviene il confine tra dolore e piacere. Un vortice di sensi. Torbido. E fragile. La sua vita tra dannazione e poesia. Petali scarlatti di sangue e magia...

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Io sono la prostituta e la santa, Io sono la sposa e la vergine. Io sono la madre e la figlia.
Io sono le braccia di mia madre. Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile, io sono colei che dà la luce e colei che non ha mai procreato.
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo, e fu il mio uomo che mi creò. Io sono la madre di mio padre.
Io sono la sorella di mio marito, ed egli è il mio figliolo respinto. Rispettatemi sempre poichè io sono
la scandalosa e la magnifica."
Chi sono...
Una donna dai lunghissimi capelli rossi.
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Odio: La mentalità ottusa, la violenza, chi mi ha preso con la forza.





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